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	<title>Colonnarotta.it - Blog - Derive asimmetriche</title>
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	<description>Solo un altro weblog targato WordPress</description>
	<pubDate>Sat, 12 Sep 2009 19:34:49 +0000</pubDate>
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		<title>Generazione Alcol</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Sep 2009 19:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Un gruppo di amici sta promuovendo una iniziativa per ricordare Luca De Vero, l&#8217;anima storica dell&#8217;Alcol Cafè di Largo Campo, a Salerno. Il pioniere di una movida frizzante di fermenti, volano di crescita culturale, capace di incuriosire e di far aprire delle porte. Io lo ricorderò così.
15-11-’93. Interno/Notte. “Signora che ti offro?”. Bionda. Avevo diciannove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un gruppo di amici sta promuovendo una iniziativa per ricordare Luca De Vero, l&#8217;anima storica dell&#8217;Alcol Cafè di Largo Campo, a Salerno. Il pioniere di una movida frizzante di fermenti, volano di crescita culturale, capace di incuriosire e di far aprire delle porte. Io lo ricorderò così.</p>
<p>15-11-’93. Interno/Notte. “Signora che ti offro?”. Bionda. Avevo diciannove anni. Aphroditè kalizonè significava solo “Afroditedallabellacintura”. Mi entusiasma(va) la notte. Nei vapori soffusi  di un bar all’alba. Nei calici che si intrecciavano c’era Guy Debord. La pizza del Nettuno. L’internazionale situazionista. E il mio precariato. Un amore ricopiato a modello di Jules e Jim. Un’amica tradita. La seduzione di Frame Dada. Una corona funebre spedita, da altri, per gioco. Playgin e superalcolici. La poesia di Pavese. La trasgressione fine a se stessa e la ricerca. Alfonso e Ugo. Dibiancovestito (ricordi Tondelli?). Un bicchiere di rosso schizzato su una coppia irrisolta. E la città che ti guarda. E giudica. La provincia che “muore di domenica, chiesa cattolica”. E tu lì. Nel tuo invito a cena. Luca. Per sugellare un gesto. Quel gesto. Ridicolo. Istintivo. Viscerale. Il suo. Fu come dire. Esperiamo anche questa strada. Vi invito - tu e la tua amica tradita - a brindare a una RI-nascita. Tu che la RI-nascita l’hai costruita. Tassello dopo tassello. Con la (PRE) sunta-assunzione che dal caos risale l’ordine. Non c’era la luce, Squalo. Non c’erano controlli. Non esisteva la movida. E a differenziarsi erano solo gli esseri umani. Nel buio della piazza, a vestirsi a festa, gli spettri. Gli entusiasmi. Nei bicchieri alti. Nell’altrove. Nel gesto apocalittico che lascia(va) traccia. Il cinema &#038; gli amori rubati. La letteratura &#038; l’abbronzatura di Dona. I cocktail &#038; “quel concerto non lo devi perdere”. Le foto d’autore &#038; la voglia di trasformare il tessuto urbano, contaminandolo. Dentro. Fuori, la piazza vuota. Giri di valzer &#038; overdose. Spazzatura &#038; destrutturazione. Diseredati senza ambizione. Qualcuno (molti?) ci ha creduto. L’idea l’ha scopata. Come entrare dentro chi desideri. Come appropriarsi di un progetto, sposarlo, farlo madre. Come peccare di ubris e credere che dentro un sogno c’è la vita. Che gli spazi vuoti si colmano. Che l’ebbrezza dilata. Si fa corpo, ragione e technè. E combatte duelli. Vincendoli.<br />
13-09-2009. ESTERNO/NOTTE. Rossa. Ho trenta-cinque anni. La forza della nostalgia. La notte ancora mi entusiasma. Mi innamora “la singolarità e la differenza” di Nancy (senza l’A(a)lcol non l’avrei scoperto). La tua piazza freme. La illuminano i lampioni. Lo strappo del laccio emostatico non si sente più. Neppure il rosario antico di quel dedalo di cuori, stenti e malinconie. Gli esseri umani, tendenzialmente, si differenziano poco. I rifiuti, molto. “E’ martedì, si butta l’organico”, ha preso il sopravvento du Debord. Su Frame Dada. Su “ti consiglio quel libro”. Scenografia febbrile. Vuoto tattile. Fotocopie sbiadite. Calici dell’industria. Seriali. Come i volti. Gli spazi. Le parole afone. La luce, anche nel neon della piazza, si fa flebile.<br />
N.B. Tutte le operazioni “culturali” se spinte dalla passione, riescono. Tutte le operazioni “culturali”, se non suffragate da impegno, falliscono. La passione e l’impegno la mettono gli uomini. Qualcuno, suo malgrado, se ne va. Qualcun altro resta. Con una eredità e un dovere morale.</p>
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		<title>Frammenti</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 20:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. E’ come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio”
                   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. E’ come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio”<br />
                            Roland Barthes, &#8220;Frammenti di un discorso amoroso”</p>
<p>Il linguaggio degli amanti è fatto di sottrazioni. Non c&#8217;è posto (o diritto acquisito) per implorare moltiplicazioni, fatta eccezione che per i sensi di colpa. Ci sono linguaggi che si sfiorano, come se si accarezzassero. Che questo accada o meno, poco importa. Perchè è nel tagliare il superfluo di una comunicazione abusata, ridondante ed onnivora che gli amanti si rifugiano. E&#8217; così che il brandello di una frase può diventare un uncino. E tirar fuori, (in)volontariamente, i mondi perduti, quelli mai cercati, quelli ritrovati. C&#8217;è un tempo per capirlo. L&#8217;auspicio è che non venga anticipato da quello delle lancette, della rassegnazione, del quotidiano incasellare, per inseguire un binario morto. </p>
<p>&#8220;Il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine (…) parlato da migliaia di individui (chi può dirlo?) ma non sostenuto da nessuno (…) completamente abbandonato dai discorsi vicini (…) ignorato, svalutato, schernito, tagliato”<br />
                              Roland Barthes, &#8220;Frammenti di un discorso amoroso”</p>
<p>Il linguaggio degli amanti no. Non conosce la solitudine, perchè vive di indizi, e nella ricerca non si è mai soli. Anche quando incalza il terrore di guardare la propria vita come un fumo che si torce, davanti a mani tese, piangendo fiori senza dare risposte. Non c&#8217;è tempo? Non c&#8217;è (più) tempo? Quello che scorre, non è solo il tempo degli altri.</p>
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		<title>Attraversa(menti)</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 19:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Amici, segnalo due eventi a mio avviso interessanti. Fatemi sapere che ne pensate.
Venerdì 27 febbraio 2009 – ore 20
Sala Conferenze della Fondazione Filiberto Menna , Salerno
La signorina e il teppista regia: Vladimir Majakovskij ed Evgenij Slavinskij;  re-mapping audiovisivo a cura del collettivo d&#8217;arti multimediali Soundbarrier
durata: 50 minuti;  Presentazione: Alfonso Amendola e Mario Tirino; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Amici, segnalo due eventi a mio avviso interessanti. Fatemi sapere che ne pensate.</p>
<p>Venerdì 27 febbraio 2009 – ore 20</p>
<p>Sala Conferenze della Fondazione Filiberto Menna , Salerno</p>
<p>La signorina e il teppista regia: Vladimir Majakovskij ed Evgenij Slavinskij;  re-mapping audiovisivo a cura del collettivo d&#8217;arti multimediali Soundbarrier</p>
<p>durata: 50 minuti;  Presentazione: Alfonso Amendola e Mario Tirino; Letture: Mordimatti; Introduce Stefania Zuliani.</p>
<p>Nell’ambito del progetto Arte di sera, venerdì 27 febbraio 2009 la Fondazione Filiberto Menna propone, in collaborazione con il Laboratorio Audiovisivo del Corso di Laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno, la doppia proiezione del film La signorina e il teppista regia: Vladimir Majakovskij ed Evgenij Slavinskij.</p>
<p>Appare sulla scena del Novecento in assalto entusiasta, sistemico e salmodiante la multiforme opera di Vladimir Majakovskij. Majakovskij (poeta, uomo di teatro, organizzatore culturale, teorico, politico, designer, pubblicitario, pittore) nutre verso il cinema una passione assoluta. Questa fatale attrazione è testimoniata da Viktor Sklovskij: “al cinema il poeta si divertiva come un ragazzo, come un pellirossa che vada a nozze”. A parte i contributi teorici ed i progetti, l’unica pellicola che è giunta fino a noi è La signorina e il teppista (1918) diretta da Evgenij Slavinskij (in collaborazione con Vladimir Majakovskij), lavoro liberamente ispirato a La maestrina e gli operai di Edmondo De Amicis. Il film è ambientato in un povero quartiere operaio e narra la storia del giovane sbandato Saltafinestra, che nel film ha il volto e la potente fisicità di Vladimir (e che al meglio lo mostra in quella “ruvidezza infinitamente fragile” nella bellissima definizione di Mejerchol’d). La storia è semplice e “classica”: Saltafinestra, ragazzo di strada, la cui esistenza è un misto d’arroganza, risse e disperazione… si redime nel nome dell’amore. Film dal taglio “mélo popolare” (Angelo Maria Ripellino) che molto si distanzia dalla tensione futurista di Majakovskij e per questo ancor più prezioso ed originale contributo per comprendere la complessità del grande autore di Bagdadi. La pellicola presentata - dopo una breve lettura di due poesie di Vladimir Majakovskij a cura del gruppo teatrale Mordimatti - verrà parallelamente “attraversata” da un re-mapping audiovisivo del collettivo d’arti multimediali Soundbarrier. Un ulteriore omaggio (tra visionarietà futurista, restyling audio-visivo e contaminazione elettronica) ad un grande maestro del Novecento. </p>
<p>In prima assoluta al Teatro Mercadante di Napoli</p>
<p>da mercoledì 11 febbraio a domenica 1 marzo 2009</p>
<p>LE PULLE<br />
operetta amorale scritta e diretta da Emma Dante</p>
<p>con Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri, Emma Dante,<br />
Clio Gaudenzi, Ersilia Lombardo, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Antonio Puccia<br />
musiche originali Gianluca Porcu, alias Lu<br />
scene Emma Dante e Carmine Maringola<br />
luci Cristian Zucaro<br />
costumi Emma Dante</p>
<p>assistente alla regia Massimo Vinti<br />
coordinamento produzione - distribuzione Fanny Bouquerel / Amunì<br />
direttore di scena Alessandro Amatucci<br />
fonico Diego Iacuz<br />
sarta Giovanna Napolitano<br />
foto di scena Giuseppe Di Stefano<br />
ufficio stampa Sergio Marra</p>
<p>una produzione<br />
Mercadante Teatro Stabile di Napoli - Théâtre du Rond-Point, Paris - Théâtre National de la Communauté Française, Bruxelles</p>
<p>E’ prodotto dal Teatro Stabile di Napoli, in co-produzione con il Théâtre du Rond-Point di Paris e il Théâtre national de la Communauté Française di Bruxelles, Le pulle, l’atteso nuovo spettacolo di Emma Dante, la regista palermitana tra le più acclamate della scena europea contemporanea.<br />
E sarà il Teatro Mercadante di Napoli, sede dello Stabile partenopeo, a ospitarne, mercoledì 11 febbraio 2009, il debutto assoluto, con repliche fino a domenica 1 marzo. Nelle scene di Emma Dante e Carmine Maringola e le luci di Cristian Zucaro, recitano la stessa Emma Dante – autrice anche dei testi delle canzoni e dei costumi dello spettacolo – e Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri, Clio Gaudenzi, Ersilia Lombardo, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Antonio Puccia. Le musiche originali sono di Gianluca Porcu, alias Lu.</p>
<p>&#8220;Ed è la stessa Mab che di notte intreccia le criniere dei cavalli, facendo coi loro luridi crini nodi d’elfi che a scioglierli porta grave sventura. È lei la strega che se trova vergini supine le copre, insegnando loro come sopportare un peso, rendendole donne di buon portamento.&#8221;<br />
Shakespeare &#8220;L’operetta amorale con cui definisco questo spettacolo è un atto unico di carattere popolare in cui la recitazione si alterna col canto e l’argomento che viene trattato non ha relazione con la comune morale. Protagoniste sono le puttane (pulle in palermitano), quattro travestiti e un trans che contemplano madonne a tinte accese, vestite di stras, piume di struzzo, pizzi, lustrini e guepiere. Attraverso un processo di metempsicosi, tre fate guidate da Mab, la levatrice delle fate, trasferiscono nelle pulle la loro anima femminile, incarnandosi in un ibrido che sta a metà tra i due sessi. Il miracolo è teso a compiere un rovesciamento del femminile sul maschile senza dover subire l’operazione o la scomunica di un bigotto Cardinale.<br />
Rosy, Sara, Ata, Moira e Stellina si addormentano beate e in sogno ricevono la grazia dalle tre protettrici: la fata danzante, la fata cantante e la fata parlante. Il viaggio onirico, ricco di travestimenti, trucchi, parrucche, balli, canzoni, coreografie da avanspettacolo, è accompagnato da atmosfere laceranti e dolorose in cui le cinque pulle mettono a nudo la loro condizione di emarginate. L’interno è un bordello con le tende di damasco, un covo segreto dove offrire anima e corpo. &#8220;Sento il mio corpo parte del mistero&#8221; canta Mab di fronte alle puttane col pene stretto tra le cosce e l’aureola luminosa in testa come un’icona religiosa di tante Eve colte in flagrante dopo il peccato originale.<br />
Dietro un separè di seta si nasconde una ferita, uno sguardo spaventato, una vita sciupata. Con zampe di ragni, ali di cavallette e umidi raggi di luna Mab prepara l’intruglio e a mezzanotte in punto apre le tende della stanza dei sogni&#8221;.  Emma Dante</p>
<p>Tournée 2009<br />
5 > 6 marzo<br />
Valence Comédie de Valence </p>
<p>10 > 11 marzo<br />
Nice Théâtre National de Nice</p>
<p>17 marzo > 11 aprile<br />
Parigi Théâtre du Rond Point</p>
<p>5 > 7 maggio<br />
Bruxelles Théâtre National de la Communauté Française</p>
<p>12 > 13 maggio<br />
Rouen Petit Quevilly, Théâtre de la Foudre / Scène Nationale</p>
<p>15 maggio<br />
Chalons en Champagne Théâtre La comète</p>
<p>19 maggio<br />
Limoges Theatre de l’Union </p>
<p>29 > 30 maggio<br />
Strasbourg Théâtre Le Maillon</p>
<p>3 > 5 giugno<br />
Toulouse Théâtre National de Toulouse</p>
<p>mercadante teatro stabile di napoli - piazza municipio - 80133 napoli<br />
tel. 081.5510336 – 081.5524214 - fax 081.5510339<br />
biglietteria: 081.5513396</p>
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		<title>A proposito della felicità</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 16:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#8220;E sapendo che sulla terra la felicità pura
non fu mai permessa all&#8217;umana natura&#8221;
(Voltaire, Discorsi in versi sull&#8217;uomo)
Prospettive di ricerca. Ipotesi su cui costruire
o decostruire un percorso. Banalmente, strategie
di sopravvivenza quotidiana.
1) La teoria &#8220;biblica&#8221; di Blaise Pascal.
La felicità non sta confinata nel recinto del
possesso. E&#8217; legata a doppio filo alla volontà.
Dunque è tensione, ricerca: il ricordo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E sapendo che sulla terra la felicità pura<br />
non fu mai permessa all&#8217;umana natura&#8221;<br />
(Voltaire, Discorsi in versi sull&#8217;uomo)</p>
<p>Prospettive di ricerca. Ipotesi su cui costruire<br />
o decostruire un percorso. Banalmente, strategie<br />
di sopravvivenza quotidiana.<br />
1) La teoria &#8220;biblica&#8221; di Blaise Pascal.<br />
La felicità non sta confinata nel recinto del<br />
possesso. E&#8217; legata a doppio filo alla volontà.<br />
Dunque è tensione, ricerca: il ricordo del<br />
passato, la speranza del futuro. Il presente, se<br />
non corroborato da un principio altro da sè<br />
(la fede) rischia di essere il tempo sospeso del<br />
non più e non ancora.<br />
&#8220;Non ci atteniamo mai al tempo presente.<br />
Anticipiamo il futuro come troppo lento a venire,<br />
come per affrettarne il corso, oppure ricordiamo<br />
il passato per fermarlo come troppo rapido; così<br />
imprudenti che erriamo nei tempi che non sono<br />
nostri, e non pensiamo affatto al solo che ci<br />
appartiene, e così vani, che riflettiamo su quelli<br />
che non sono più nulla, e fuggiamo senza riflettere<br />
quello solo che esiste (&#8230;) In questo modo non vviamo mai, ma speriamo di vivere; e disponendoci sempre<br />
ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo<br />
mai&#8221; (Pensieri)<br />
La soluzione offerta è il &#8220;repos&#8221;, il restare con<br />
se stessi, rifuggendo come i peggiori dei mali<br />
le distrazioni, intese nel senso etimologico<br />
del termine, le occasioni dedicate al &#8220;trarsi<br />
fuori&#8221; dalla riflessione con il proprio io: &#8220;La sola<br />
cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre<br />
miserie, perchè ci impedisce in primo luogo<br />
di riflettere su noi stessi, e fa in modo che<br />
ci perdiamo insensibilmente&#8221; (Pensieri).<br />
In quest&#8217;ottica il movimento del tempo si<br />
traduce in decadenza. Il viaggio inesorabile<br />
dall&#8217;Eden perduto, parallelo alla tensione di<br />
legare la felicità all&#8217;ultraterreno.<br />
2) Voltaire o la felicità come &#8220;mouvement&#8221;.<br />
La felicità è &#8220;là dove io sono&#8221;. Nel legame con<br />
gli altri, nelle relazioni sociali, nei piaceri, nella mollezza del lusso. E la<br />
storia-tempo, ben più profana, non tende al Bene,<br />
ma al &#8220;meglio&#8221;. C&#8217;è una felicità mondana. Ma<br />
anche una felicità filosofica (bonheur) stretta nel periscopio di una visione d&#8217;insieme del mondo.<br />
Il piacere non come status assoluto, ma come<br />
strumento. Ma anche felicità come &#8220;bienfaisance&#8221;<br />
fare del bene al prossimo (Voltaire, Dizionario<br />
filosofico).<br />
3) Nel 1748 anche l&#8217;illumista si ricrede (basti<br />
vedere il racconto filosofico Zadig). Non più la<br />
libertà, ma il destino, precostuisce la condizione<br />
per la felicità umana, minata da un fato crudele<br />
che indirizza le azioni umane in senso ostinatamente<br />
contrario a quelle che garantirebbero il piacere.<br />
4) Emile Cioran, ovvero la felicità per viam<br />
negationis. Un punto di non ritorno. Un cattivo<br />
demiurgo, una noia ricercata, una condizione<br />
incapace e di assoluta incapacità.<br />
5) Secondo Giovenale, nella Roma antica, c&#8217;erano eberei che per pochi soldi vendevano qualunque<br />
sogno. I Goldwin dell&#8217;antichità erano più onesti<br />
di quelli di oggi?<br />
6) Felicità come emozione rarefatta, capacità<br />
di cogliere la poesia in un microspazio.<br />
Proust &#8220;A proposito dello stile di Flaubert&#8221;:<br />
&#8220;A mio avviso, la cosa più bella dell&#8217;Education<br />
sentimentale non è una frase, ma uno spazio bianco&#8221;.<br />
7) Il cinema come regard, estraniante per il suo<br />
solo applicarsi. &#8220;Si gira&#8230;&#8221; (Pirandello).<br />
&#8220;In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramestio vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d&#8217;aspetti e di casi, e via, fino al punto<br />
che il ronzio per ciascuno di noi cesserà&#8221; (dal prologo<br />
di Serafino Gubbio). <img src='http://deriveasimmetriche.blog.colonnarotta.it/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Eluard e il vizio che ci fa compagnia.<br />
Bere<br />
Le bocche hanno seguito il sentiero sinuoso<br />
del bicchiere ardente del bicchiere d&#8217;astro<br />
E nel pozzo di una scintilla<br />
Hanno ingoiato il cuore del silenzio.<br />
Un intruglio non è più assurdo<br />
E&#8217; qui che si scorge il creatore di parole<br />
Colui che si distrugge nei figli che procrea<br />
E dà nome all&#8217;oblio di tutti i nomi del mondo.<br />
Quando è deserto il fondo del bicchiere.<br />
Quando è sbiadito il fondo del bicchiere<br />
Sopra il bicchiere le bocche picchiano<br />
Come su un morto</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Faisbuc</title>
		<link>http://deriveasimmetriche.blog.colonnarotta.it/2008/12/faisbuc/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 18:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa ho letto su un magazine che negli Stati Uniti una donna ha lasciato il marito perchè ha scoperto che la tradiva. Su Second Life. Nella vita reale erano entrambi obesi. In quella virtuale i loro avatar erano la copia sputata di Angelina Jolie e Rambo. L&#8217;altra, invece, avrebbe potuto essere la Bellucci. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche tempo fa ho letto su un magazine che negli Stati Uniti una donna ha lasciato il marito perchè ha scoperto che la tradiva. Su Second Life. Nella vita reale erano entrambi obesi. In quella virtuale i loro avatar erano la copia sputata di Angelina Jolie e Rambo. L&#8217;altra, invece, avrebbe potuto essere la Bellucci. Peccato che Rambo e Monica, non si siano mai neppure guardati negli occhi. Figuriamoci consumare un adulterio. Ci ho riso, pensando al vuoto penumatico a stelle e strisce, disgustoso quasi quanto i loro hot dog farciti. Ma sono stata molto ottusa. Come quelle anziane che quando sentono parlare di un overdose sono assolutamente certe che non potrebbe mai riguardare il figlio, il figlio della sorella, quello della vicina e così via. Perchè quelli “sporchi, brutti e cattivi” sono sempre un passo dietro il recinto. E invece no. Non voglio peccare di presunzione. Odio l&#8217;ontologia di genere. E non ho nulla contro i social network. Ma sarei curiosa di sapere se sono l&#8217;unica ad essere rimasta a bocca aperta affacciandomi su Facebook. Io non ci sono. La mia migliore amica sì. E una sera, per ingannare la noia, ha acceso il computer e mi ha chiesto: fatti venire in mente qualcuno e cerchiamolo. Se me lo avessero solo raccontato, non ci avrei creduto. Altro che rete di socializzazione: per molti - non per tutti, per carità - è uno zoo da studio antropologico. Una galleria di volti che non corrispondono a identità. Un frullatore di demenze, luoghi comuni e banalità che non interesserebbero dette a quattr&#8217;occhi, figuriamoci prendersi la briga di scriverle. E di condividerle. Procedo con ordine. Il mio primo &#8220;Oh” di stupore l&#8217;ho lanciato quando ho visto la foto del conoscente critico d&#8217;arte. &#8220;Non può essere lui”, mi sono detta. E invece sì. In uno scatto di dieci anni fa. Senza occhiali. Con un taglio di capelli diverso. E un colorito che non gli ho mai visto da quando lo conosco. Il secondo e più lungo &#8220;Oooh” è stato per lady Mattone. Neppure un professionista di Vanity Fair avrebbe saputo renderla, con uno scatto, più figa, intrigante e carica di charme. Di Lolite da Pollenatrocchia &#8220;Faisbuc” è pieno! Ed è meravigliosamente ridicolo confrontare l&#8217;identità conosciuta con quella percepita e con quella offerta in pasto a un mare di internauti. Il top l&#8217;ha raggiunto un&#8217;amica con qualche problema di acne e cellulite. Si è ritoccata con Photoshop. Anche perchè è il suo lavoro. Non lo fanno tutti, ma per molti, l&#8217;alterazione della realtà non è un peccatuccio di cui vergognarsi. Anzi. Può diventare una strategia. Un&#8217;altra amica, senza colpo ferire, ha assoldato un fotografo professionista. Praticamente on line è un&#8217;altra. “Che volete, devo cercare marito”. Questa la risposta. Affissa pubblicamente in bacheca. Ma non voglio essere cattiva. Perchè c&#8217;è anche chi, su &#8220;Faisubuc” appare proprio per quello che è. &#8220;Ciao bella, vado a fare la spesa al Despar”. &#8220;Ciao cara. Io invece vado a depilarmi dall&#8217;estetista”. Non che mi sarei aspettata di inciampare in disquisizioni sulle categoria baconiane o sulla metafisica kantiana. Ma per quanto mi sforzi, mi chiedo perchè sprecare tempo, polpastrelli e corrente elettrica? E perchè dover rendere partecipi 3, 103 o 1003 amici che oggi ho il ciclo, il mio fidanzato è uno stronzo e che lunedì, senza Sex &#038; the city, sarà veramente dura affrontare la serata? Sono irritata ed irritante. La verità è che vorrei avere anch’io tanto di quel tempo libero da potermi consentire il lusso di sprecarlo così&#8230;</p>
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		<title>Panico!</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Nov 2008 19:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Hai mai provato l&#8217;orrore?
(Panico! traccia 9, &#8220;Amen”, Baustelle)
Mario Merz è il mio peggior nemico. Anche da morto. Non me ne vogliano gli eredi, ma è così. E con lui pure Joseph Kosuth e tutti i pionieri dell&#8217;arte concettuale ed installativa che hanno pensato di usare il neon in spazi bianchi. Non è per ragioni estetiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hai mai provato l&#8217;orrore?<br />
(Panico! traccia 9, &#8220;Amen”, Baustelle)</p>
<p>Mario Merz è il mio peggior nemico. Anche da morto. Non me ne vogliano gli eredi, ma è così. E con lui pure Joseph Kosuth e tutti i pionieri dell&#8217;arte concettuale ed installativa che hanno pensato di usare il neon in spazi bianchi. Non è per ragioni estetiche. Non è una questione di gusto. E&#8217; tutto un problema di attacchi di panico. La mia prima volta con un Pd - che non ha nulla a che vedere con Veltroni ma sta per panic disturb -è stata quattro anni fa a Roma. Causa apparente: un&#8217;installazione del defunto Mario Merz: una serie di numeri blu sospesi a galleggiare in un bianco offensivo. Candido il pavimento, il soffitto, le pareti. Entro nella stanza ovale dell&#8217;ultimo piano delle Scuderie del Quirinale. Avessi varcato la soglia di un obitorio sarebbe stato molto più rassicurante. Le gambe mi tremano. Ho la testa gonfia d&#8217;aria, temo che scappi via come un palloncino affidato incautamente a un bambino distratto. Mi guardo intorno. Cerco disperatamente un qualsiasi appiglio. Zero. Neppure una sedia. Un corrimano manco a pagarlo a peso d&#8217;oro. La posizione verticale mi è insostenibile. Il cuore corre a tremila, me lo sento letteralmente sulle tonsille. Non riesco a deglutire e, per quanto mi sforzi, mi convinco che la respirazione non è più una cosa automatica. La controllo io. O meglio, non riesco più a controllarla, anche perchè sulla gabbia toracica pesa un macigno. Vorrei buttarmi pancia a terra. Sto per morire, mi dico. Mi si sfila anche la borsa dalle mani. E&#8217; ovvio: sono bagnate come se stessi nuotando. Ma in un mare di orrore. Non so dire quanto sia durato. E per quanto mi sforzi, non so dire nemmeno come abbiano fatto le due hostess della mostra a non morire (loro per davvero) dal ridere quando mi sono stesa sul pavimento voltando la faccia ai neon di Merz. Però so dire che non è stato bello affatto. C&#8217;è chi sostiene che l&#8217;origine dei Dap (disturbi da attacco di panico) sia squisitamente psicologica. Altri invece ne individuano le cause nella genetica, incolpando l&#8217;attivazione di alcuni nuclei ipotalamici e la liberazione delle catecolamine (adrenalina e noradrenalina) per un deficit del 5-HT1A, che altro non è che un recettore della serotonina. In un caso o nell&#8217;altro, una cura vera e propria non esiste. Certo, la sottoscritta può evitare Merz. Ma quella, l&#8217;avevo premesso, era solo una causa apparente. Negli ultimi anni mi sono interrogata molto, anche perchè, confrontandomi spesso con persone che stringono tra le mani boccettini di En o Lexotan come una perpetua si aggrappa a una immaginetta sacra, con tromboni roboanti che decantano ossessivamente le gioie delle terapie di gruppo, con infelici alcolisti cronici che affogano le loro ansie negli ultimi fondi ancora puliti dei bicchieri di un bar, con desperate housewife che sfuggono il panico sfornando parmigiane da congelare (perchè nel 2010 potrebbe improvvisamente arrivare un ospite), con amanti del monologo arrogante violento e indifferenziato, con malati immaginari pronti a correre in ospedale anche per una banale indigestione (perchè i sintomi potrebbero anche essere quelli di un infarto) &#8230; ebbene, un pò di panico (sano, questa volta), mi ha preso. E nel tentativo di sfuggire alle catalogazioni sopra elencate, ho trovato un metodo tutto mio, e se vogliamo ancestrale, di travalicare l&#8217;orrore. Assodato che il mio peggior nemico non è Merz, ma l&#8217;horror vacui - nel senso reale e metaforico del termine - la mia strategia per tenere a bada i battiti accelerati e il senso inquietante della morte che incombe, è quella di spalmarmi per terra. Perchè il contatto col pavimento mi rasserena. Forse più delle benzodiazepine e della paroxetina. Di tanto in tanto mi viene da ridere, perchè ripenso ai numeri blu dell&#8217;artista milanese e alle scritte sulla giustizia di Kosuth che andranno ad abbellire la facciata della costruenda Cittadella giudiziaria. E penso che i Baustelle siano un mito. Anche perchè non lo si incontra tutti i giorni un gruppo che partorisce una canzone su un attacco di panico&#8230;</p>
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		<title>Delle orge e dei misteri</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Nov 2008 12:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[C&#8217;è una preghiera moderna che urla tra i vicoli sporchi del cuore antico di Napoli. Tra panni stesi al sole che fanno capolino dai bassi tirati a lucido e una vecchia rampa barocca: inerpicandosi lungo quel serpentone a gomito che è vico Lungo Potecorvo, un&#8217;insegna vi condurrà in un temp(i)o sospeso. Dove all&#8217;oleografia di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è una preghiera moderna che urla tra i vicoli sporchi del cuore antico di Napoli. Tra panni stesi al sole che fanno capolino dai bassi tirati a lucido e una vecchia rampa barocca: inerpicandosi lungo quel serpentone a gomito che è vico Lungo Potecorvo, un&#8217;insegna vi condurrà in un temp(i)o sospeso. Dove all&#8217;oleografia di un panorama da cartolina, con tanto di Vesuvio, fa da contraltare un pugno visivo violento, feroce, reale, come un passato arcaico forse mai dimenticato. Qui, al civico 29/d sorge il nuovo museo che Peppe Morra, storico gallerista, ha voluto dedicare all&#8217;artista austriaco Hermann Nitsch. Diciamolo subito. Chi è debole di stomaco farà bene ad astenersi. Perchè l&#8217;arzillo vecchietto dalla barba yiddish che di tanto in tanto sorride dalle foto alle pareti, non dipinge paesaggi nè modelle. Non squarcia tele nè riproduce gli oggetti del consumo per interrogarsi sul ruolo dell&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica. Non si strugge sui destini dell&#8217;universo schizzando i colori a casaccio e neppure reinterpreta il quotidiano per contestarne l&#8217;ordine. Nossignore. Il signor Nitsch - che negli anni 70 di problemi con la giustizia, anche a Napoli, ne ha avuti non pochi - squarta vitelli e capretti. Del loro sangue ricopre i corpi assenti di attori passivi, dibiancovestiti e bendati, spesso crocifissi, sui cui genitali, sulle cui labbra, impasta viscere e sperma, muco e sangue mestruale, mosto d&#8217;uva e frutta. Detta brutalmente così non vien voglia di affacciarvisi. Ma il teatro delle orge e dei misteri &#8220;catechizzato” dall&#8217;azionista viennese più di quarant&#8217;anni fa, non ha nulla a che vedere con un rito satanico nè con un&#8217;orgia tout court. E soprattutto, non c&#8217;è nessuna velleità pulp. Non c&#8217;è tela e non c&#8217;è palcoscenico. L&#8217;azione è la scena. Un prato, un castello (come il suo, a Prinzendorf), un vigneto (come quello San Martino), il sagrato di una chiesa. L&#8217;importante è che sia una esperienza totale. Gli ottoni - recuperati di volta in volta tra carovane di musicisti di borgata abituati ad esprimersi durante le processioni sacre da paese di provincia - suonano le sue partitute. Non c&#8217;è ritmo. La struttura è tutta nell&#8217;unica parola chiave: un sacrificio esaltato da trombe e fiati che urlano la disperazione collettiva mentre tutt&#8217;intorno, si consuma il rito estatico e dionisiaco del tributo alla vita. Il mosto, l&#8217;ebbrezza, il sesso, l&#8217;attore bendato, come novello Edipo pronto ad immolarsi. La croce lo attende. Sopra di lui il capro o la vacca. Il sangue che cola a fiotti, fino a riempire decine di metri quadri tutt&#8217;intorno e a imprimere il suo segno di morte che si fa vita sul corpo inerme e passivo ovunque, insieme a sudore e viscere. Come baccanti accecate, sperdute e ritrovate in una identità collettiva, sdegnose di piegare il capo alla razionalità di re Penteo, gli attori attivi dell&#8217;azione manipolano cuori, reni e cervelli, pigne d&#8217;uva e pomodori, pezzi di pane e alambicchi, forbici da chirurgo e camici sacri. La religione di Nitsch, i suoi simboli (il sangue, il vino), altro non sono che la provocatoria preghiera di un uomo moderno che non accetta più finzioni. E che di fronte al passaggio obbligato della pulizia perbenista e borghese, sceglie il salto all&#8217;indietro, nei meandri della Tracia, come in un gioco alla ricerca del dio Dioniso nato due volte e mai deceduto. C&#8217;è chi va via disgustato. Chi corre fuori in preda a conati di vomito. Rimproverategli tutto, ma non la geniale coerenza. Oggi siamo tutti, ma proprio tutti, assuefatti ad un relativismo idiota, in cui, nel maldestro tentativo di esorcizzare il male, ogni sua tentacolare esternazione deve essere eufemizzata. Un traditore diventa un tipo poco affidabile. Un bugiardo, una persona insicura. Un violento, un depresso con problemi legati alla famiglia di origine. Un assassino, un malato vittima della società. Ci siamo assuefatti a tutto. Perfino agli stermini di massa. Migliaia di vittime per guerre intestine in Africa, con corpi che si accatastano a marcire al sole non ci fanno paura nelle cronache dei nostri telegionali. Non ce ne fanno volti e chiazze di sangue di giovanissimi trucidati sulle autostrade. Siamo i voyaeur delle morti pulite. Dei decessi edulcorati dalla società del controllo. Quelli che spiano dal guscio d&#8217;ovatta che ci infagotta, pensando&#8230; tanto non mi tocca. Bene. Mr Nitsch non la pensa così. Inorridite pure di fronte al suo tributo dionisiaco, di fronte ai falli a testa in giù che si bagnano di globuli rossi, perfino di fronte ai corpi emaciati di giovani crocifisse. Ma quelle messe in scena della morte - che dà la vita - sono certamente più reali, e per questo catartiche, delle morti disinfettate del nostro quotidiano.</p>
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		<title>Quando il luogo comune diventa arte</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 16:16:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>barbara</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[I luoghi comuni non si possono lacerare, nè tantomeno distruggere. Scorticarli, diceva Beckett, sembra esere la sola via di uscita per non incappare nel rischio di produrre i loro contrari. Ci hanno provato Stanislao Di Giugno e Alessandro Piangiamore, due giovani artisti - romano il primo, siciliano il secondo - a cui la galleria di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I luoghi comuni non si possono lacerare, nè tantomeno distruggere. Scorticarli, diceva Beckett, sembra esere la sola via di uscita per non incappare nel rischio di produrre i loro contrari. Ci hanno provato Stanislao Di Giugno e Alessandro Piangiamore, due giovani artisti - romano il primo, siciliano il secondo - a cui la galleria di Tiziana Di Caro (Salerno, via delle Botteghelle 55), dedica fino al prossimo 22 novembre una interessante esposizione. &#8220;Luogo comune&#8221;, il titolo della mostra che gioca provocatoriamente sul doppio significato di locus communis - piattaforma di incontro, scontro e confronto - e di idea ricorrente che, nell&#8217;immaginario collettivo fa rima con l&#8217;ovvio ed il banale. Diciamo subito che non sono i primi - a precederli, il decollage travelling, certo informale, i decoupage di Rotella, le visioni del cinema underground poco di nicchia - ma neppure sembrano pretendere l&#8217;esclusiva di una ri-scoperta godibilissima. Obiettivo di Di Giugno  sembra essere quello di stravolgere l&#8217;oggetto quotidiano per rimetterne in discussione il senso. Ecco dunque che pezzi di auto e motorini diventano frame di sculture post moderne. Piangiamore, invece, si insinua nell&#8217;ordinario per alterarne i contenuti, e scomporne i significati. Un ramo di corallo diventa un pezzo di legno, un ramo di legno, un torchon di corallo. Gli oggetti, il significante, il guscio, non sono più l&#8217;essenza. Neppure in quell&#8217;universo di &#8220;luogo comune&#8221; dove l&#8217;alfabeto sembra essere giocoforza condiviso da tutti. Viene in mente Klossowski e la sua idea del simulacro dominatore dei sistemi di comunicazione. Corpi vuoti che paiono non contenere alcun principio di verità, ma piuttosto rimandare al luogo comune, ad una sparcellizzazione del significato. Lo sosteneva anche Gilles Deleuze a proposito della pittura di Francis Bacon: davanti alla tela, il luogo comune - materiale o metafisico che sia - esiste in partenza. All&#8217;artista spetta il compito di distanziarlo con l&#8217;astrazione o di ravvicinarlo, con un piano sequenza fatto di visioni. In vetrina sculture, fotografie, collages e quadri. Aperta dal martedì al sabato dalle 15.30 alle 20.30 o su appuntamento. Info: 089-9953141. Fin qui la mostra. Ma viene da chiedersi&#8230; quando il luogo comune non viene ingabbiato nel perimetro dell&#8217;arte - qualunque essa sia - quando lo si ritrova ovunque, disperso nell&#8217;aria che si respira, come un vizio assurdo, i gas di scarico di una metropoli o una folata di bora improvvisa e imprevista, quanti, nell&#8217;esercizio routinario del loro quotidiano, riescono a ridisegnarne il significato? Il punto è trovare la voglia - che nasca dal divertissement o da un moto di sdegno, fa poca differenza - per ri-costruire quell&#8217;alfabeto collettivo che forse poi, non è così condiviso come vogliono farci credere.</p>
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