“Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. E’ come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio”
Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”
Il linguaggio degli amanti è fatto di sottrazioni. Non c’è posto (o diritto acquisito) per implorare moltiplicazioni, fatta eccezione che per i sensi di colpa. Ci sono linguaggi che si sfiorano, come se si accarezzassero. Che questo accada o meno, poco importa. Perchè è nel tagliare il superfluo di una comunicazione abusata, ridondante ed onnivora che gli amanti si rifugiano. E’ così che il brandello di una frase può diventare un uncino. E tirar fuori, (in)volontariamente, i mondi perduti, quelli mai cercati, quelli ritrovati. C’è un tempo per capirlo. L’auspicio è che non venga anticipato da quello delle lancette, della rassegnazione, del quotidiano incasellare, per inseguire un binario morto.
“Il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine (…) parlato da migliaia di individui (chi può dirlo?) ma non sostenuto da nessuno (…) completamente abbandonato dai discorsi vicini (…) ignorato, svalutato, schernito, tagliato”
Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”
Il linguaggio degli amanti no. Non conosce la solitudine, perchè vive di indizi, e nella ricerca non si è mai soli. Anche quando incalza il terrore di guardare la propria vita come un fumo che si torce, davanti a mani tese, piangendo fiori senza dare risposte. Non c’è tempo? Non c’è (più) tempo? Quello che scorre, non è solo il tempo degli altri.