“E sapendo che sulla terra la felicità pura
non fu mai permessa all’umana natura”
(Voltaire, Discorsi in versi sull’uomo)

Prospettive di ricerca. Ipotesi su cui costruire
o decostruire un percorso. Banalmente, strategie
di sopravvivenza quotidiana.
1) La teoria “biblica” di Blaise Pascal.
La felicità non sta confinata nel recinto del
possesso. E’ legata a doppio filo alla volontà.
Dunque è tensione, ricerca: il ricordo del
passato, la speranza del futuro. Il presente, se
non corroborato da un principio altro da sè
(la fede) rischia di essere il tempo sospeso del
non più e non ancora.
“Non ci atteniamo mai al tempo presente.
Anticipiamo il futuro come troppo lento a venire,
come per affrettarne il corso, oppure ricordiamo
il passato per fermarlo come troppo rapido; così
imprudenti che erriamo nei tempi che non sono
nostri, e non pensiamo affatto al solo che ci
appartiene, e così vani, che riflettiamo su quelli
che non sono più nulla, e fuggiamo senza riflettere
quello solo che esiste (…) In questo modo non vviamo mai, ma speriamo di vivere; e disponendoci sempre
ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo
mai” (Pensieri)
La soluzione offerta è il “repos”, il restare con
se stessi, rifuggendo come i peggiori dei mali
le distrazioni, intese nel senso etimologico
del termine, le occasioni dedicate al “trarsi
fuori” dalla riflessione con il proprio io: “La sola
cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre
miserie, perchè ci impedisce in primo luogo
di riflettere su noi stessi, e fa in modo che
ci perdiamo insensibilmente” (Pensieri).
In quest’ottica il movimento del tempo si
traduce in decadenza. Il viaggio inesorabile
dall’Eden perduto, parallelo alla tensione di
legare la felicità all’ultraterreno.
2) Voltaire o la felicità come “mouvement”.
La felicità è “là dove io sono”. Nel legame con
gli altri, nelle relazioni sociali, nei piaceri, nella mollezza del lusso. E la
storia-tempo, ben più profana, non tende al Bene,
ma al “meglio”. C’è una felicità mondana. Ma
anche una felicità filosofica (bonheur) stretta nel periscopio di una visione d’insieme del mondo.
Il piacere non come status assoluto, ma come
strumento. Ma anche felicità come “bienfaisance”
fare del bene al prossimo (Voltaire, Dizionario
filosofico).
3) Nel 1748 anche l’illumista si ricrede (basti
vedere il racconto filosofico Zadig). Non più la
libertà, ma il destino, precostuisce la condizione
per la felicità umana, minata da un fato crudele
che indirizza le azioni umane in senso ostinatamente
contrario a quelle che garantirebbero il piacere.
4) Emile Cioran, ovvero la felicità per viam
negationis. Un punto di non ritorno. Un cattivo
demiurgo, una noia ricercata, una condizione
incapace e di assoluta incapacità.
5) Secondo Giovenale, nella Roma antica, c’erano eberei che per pochi soldi vendevano qualunque
sogno. I Goldwin dell’antichità erano più onesti
di quelli di oggi?
6) Felicità come emozione rarefatta, capacità
di cogliere la poesia in un microspazio.
Proust “A proposito dello stile di Flaubert”:
“A mio avviso, la cosa più bella dell’Education
sentimentale non è una frase, ma uno spazio bianco”.
7) Il cinema come regard, estraniante per il suo
solo applicarsi. “Si gira…” (Pirandello).
“In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramestio vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e di casi, e via, fino al punto
che il ronzio per ciascuno di noi cesserà” (dal prologo
di Serafino Gubbio). 8) Eluard e il vizio che ci fa compagnia.
Bere
Le bocche hanno seguito il sentiero sinuoso
del bicchiere ardente del bicchiere d’astro
E nel pozzo di una scintilla
Hanno ingoiato il cuore del silenzio.
Un intruglio non è più assurdo
E’ qui che si scorge il creatore di parole
Colui che si distrugge nei figli che procrea
E dà nome all’oblio di tutti i nomi del mondo.
Quando è deserto il fondo del bicchiere.
Quando è sbiadito il fondo del bicchiere
Sopra il bicchiere le bocche picchiano
Come su un morto

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