15-12-2008

Qualche tempo fa ho letto su un magazine che negli Stati Uniti una donna ha lasciato il marito perchè ha scoperto che la tradiva. Su Second Life. Nella vita reale erano entrambi obesi. In quella virtuale i loro avatar erano la copia sputata di Angelina Jolie e Rambo. L’altra, invece, avrebbe potuto essere la Bellucci. Peccato che Rambo e Monica, non si siano mai neppure guardati negli occhi. Figuriamoci consumare un adulterio. Ci ho riso, pensando al vuoto penumatico a stelle e strisce, disgustoso quasi quanto i loro hot dog farciti. Ma sono stata molto ottusa. Come quelle anziane che quando sentono parlare di un overdose sono assolutamente certe che non potrebbe mai riguardare il figlio, il figlio della sorella, quello della vicina e così via. Perchè quelli “sporchi, brutti e cattivi” sono sempre un passo dietro il recinto. E invece no. Non voglio peccare di presunzione. Odio l’ontologia di genere. E non ho nulla contro i social network. Ma sarei curiosa di sapere se sono l’unica ad essere rimasta a bocca aperta affacciandomi su Facebook. Io non ci sono. La mia migliore amica sì. E una sera, per ingannare la noia, ha acceso il computer e mi ha chiesto: fatti venire in mente qualcuno e cerchiamolo. Se me lo avessero solo raccontato, non ci avrei creduto. Altro che rete di socializzazione: per molti - non per tutti, per carità - è uno zoo da studio antropologico. Una galleria di volti che non corrispondono a identità. Un frullatore di demenze, luoghi comuni e banalità che non interesserebbero dette a quattr’occhi, figuriamoci prendersi la briga di scriverle. E di condividerle. Procedo con ordine. Il mio primo “Oh” di stupore l’ho lanciato quando ho visto la foto del conoscente critico d’arte. “Non può essere lui”, mi sono detta. E invece sì. In uno scatto di dieci anni fa. Senza occhiali. Con un taglio di capelli diverso. E un colorito che non gli ho mai visto da quando lo conosco. Il secondo e più lungo “Oooh” è stato per lady Mattone. Neppure un professionista di Vanity Fair avrebbe saputo renderla, con uno scatto, più figa, intrigante e carica di charme. Di Lolite da Pollenatrocchia “Faisbuc” è pieno! Ed è meravigliosamente ridicolo confrontare l’identità conosciuta con quella percepita e con quella offerta in pasto a un mare di internauti. Il top l’ha raggiunto un’amica con qualche problema di acne e cellulite. Si è ritoccata con Photoshop. Anche perchè è il suo lavoro. Non lo fanno tutti, ma per molti, l’alterazione della realtà non è un peccatuccio di cui vergognarsi. Anzi. Può diventare una strategia. Un’altra amica, senza colpo ferire, ha assoldato un fotografo professionista. Praticamente on line è un’altra. “Che volete, devo cercare marito”. Questa la risposta. Affissa pubblicamente in bacheca. Ma non voglio essere cattiva. Perchè c’è anche chi, su “Faisubuc” appare proprio per quello che è. “Ciao bella, vado a fare la spesa al Despar”. “Ciao cara. Io invece vado a depilarmi dall’estetista”. Non che mi sarei aspettata di inciampare in disquisizioni sulle categoria baconiane o sulla metafisica kantiana. Ma per quanto mi sforzi, mi chiedo perchè sprecare tempo, polpastrelli e corrente elettrica? E perchè dover rendere partecipi 3, 103 o 1003 amici che oggi ho il ciclo, il mio fidanzato è uno stronzo e che lunedì, senza Sex & the city, sarà veramente dura affrontare la serata? Sono irritata ed irritante. La verità è che vorrei avere anch’io tanto di quel tempo libero da potermi consentire il lusso di sprecarlo così…

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Commenti

Nanosecondo 15 Dicembre, 2008 al 22:44 #

C’è una leggenda di un grande mago ipnotizzatore che possedeva numerose pecore. Non le chiudeva mai e cadevano nei burroni, si perdevano ma conoscevano l’eros. Questo era il mezzo perché si salvaguardassero dal male. Poi le ipnotizzo e suggerì loro di essere immortali. Al piacere dell’eros era preferibile il piacere in vita. E così tutte credettero di non essere più pecore. Medici avvocati giornalisti professori militari mariti e mogli. Così non procuravano più fastidio. La metàfora è che dovremmo morire prima per non morire. Facebuk è la “nostra” città dei morti. C’è solo tempo per rinascere. Ci sono anch’io. rinato come clown. Mettiti anche tu ed esci dal “quotidiano”. Senza panico. È tempo per noi di andare oltre. Oltre la colpa e il biasimo. Non sono d’aiuto. Non ci guariscono. Ci siamo tutti dentro al facebuk. Dobbiamo avere solo cura gli unì degli altri e di noi stessi liberi di ricreare noi stessi. Dobbiamo andare oltre tutto questo carissima barbara. Stabilire nuove commessini. È tempo di liberare noi stessi e gli altri da questo falso senso di immortalita costruendo una vera strategia d’amore. Io ci sto provando con Nanosecondo. Ti auguro di avere coraggio. Nanos


Sandro 20 Dicembre, 2008 al 23:42 #

Nel frattempo quando vorrai osservare il “Circo” potrai farlo col contatto del giornale, trovi le chiavi di accesso nel forum dei redattori ;)
Molti nostri lettori ed estimatori son lì.


ingrato 24 Dicembre, 2008 al 03:01 #

ognuno in facebook si ritrova gli amici che si è coltivato…..


fabio 26 Dicembre, 2008 al 13:04 #

hai proprio ragione Barbara…feisbuc non è altro che l’ennesima moda che stabilisce chi è “in” e chi è “out”…lo chiamano social network ma è solo un altro recinto di solitudine..


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