22-11-2008

Hai mai provato l’orrore?
(Panico! traccia 9, “Amen”, Baustelle)

Mario Merz è il mio peggior nemico. Anche da morto. Non me ne vogliano gli eredi, ma è così. E con lui pure Joseph Kosuth e tutti i pionieri dell’arte concettuale ed installativa che hanno pensato di usare il neon in spazi bianchi. Non è per ragioni estetiche. Non è una questione di gusto. E’ tutto un problema di attacchi di panico. La mia prima volta con un Pd - che non ha nulla a che vedere con Veltroni ma sta per panic disturb -è stata quattro anni fa a Roma. Causa apparente: un’installazione del defunto Mario Merz: una serie di numeri blu sospesi a galleggiare in un bianco offensivo. Candido il pavimento, il soffitto, le pareti. Entro nella stanza ovale dell’ultimo piano delle Scuderie del Quirinale. Avessi varcato la soglia di un obitorio sarebbe stato molto più rassicurante. Le gambe mi tremano. Ho la testa gonfia d’aria, temo che scappi via come un palloncino affidato incautamente a un bambino distratto. Mi guardo intorno. Cerco disperatamente un qualsiasi appiglio. Zero. Neppure una sedia. Un corrimano manco a pagarlo a peso d’oro. La posizione verticale mi è insostenibile. Il cuore corre a tremila, me lo sento letteralmente sulle tonsille. Non riesco a deglutire e, per quanto mi sforzi, mi convinco che la respirazione non è più una cosa automatica. La controllo io. O meglio, non riesco più a controllarla, anche perchè sulla gabbia toracica pesa un macigno. Vorrei buttarmi pancia a terra. Sto per morire, mi dico. Mi si sfila anche la borsa dalle mani. E’ ovvio: sono bagnate come se stessi nuotando. Ma in un mare di orrore. Non so dire quanto sia durato. E per quanto mi sforzi, non so dire nemmeno come abbiano fatto le due hostess della mostra a non morire (loro per davvero) dal ridere quando mi sono stesa sul pavimento voltando la faccia ai neon di Merz. Però so dire che non è stato bello affatto. C’è chi sostiene che l’origine dei Dap (disturbi da attacco di panico) sia squisitamente psicologica. Altri invece ne individuano le cause nella genetica, incolpando l’attivazione di alcuni nuclei ipotalamici e la liberazione delle catecolamine (adrenalina e noradrenalina) per un deficit del 5-HT1A, che altro non è che un recettore della serotonina. In un caso o nell’altro, una cura vera e propria non esiste. Certo, la sottoscritta può evitare Merz. Ma quella, l’avevo premesso, era solo una causa apparente. Negli ultimi anni mi sono interrogata molto, anche perchè, confrontandomi spesso con persone che stringono tra le mani boccettini di En o Lexotan come una perpetua si aggrappa a una immaginetta sacra, con tromboni roboanti che decantano ossessivamente le gioie delle terapie di gruppo, con infelici alcolisti cronici che affogano le loro ansie negli ultimi fondi ancora puliti dei bicchieri di un bar, con desperate housewife che sfuggono il panico sfornando parmigiane da congelare (perchè nel 2010 potrebbe improvvisamente arrivare un ospite), con amanti del monologo arrogante violento e indifferenziato, con malati immaginari pronti a correre in ospedale anche per una banale indigestione (perchè i sintomi potrebbero anche essere quelli di un infarto) … ebbene, un pò di panico (sano, questa volta), mi ha preso. E nel tentativo di sfuggire alle catalogazioni sopra elencate, ho trovato un metodo tutto mio, e se vogliamo ancestrale, di travalicare l’orrore. Assodato che il mio peggior nemico non è Merz, ma l’horror vacui - nel senso reale e metaforico del termine - la mia strategia per tenere a bada i battiti accelerati e il senso inquietante della morte che incombe, è quella di spalmarmi per terra. Perchè il contatto col pavimento mi rasserena. Forse più delle benzodiazepine e della paroxetina. Di tanto in tanto mi viene da ridere, perchè ripenso ai numeri blu dell’artista milanese e alle scritte sulla giustizia di Kosuth che andranno ad abbellire la facciata della costruenda Cittadella giudiziaria. E penso che i Baustelle siano un mito. Anche perchè non lo si incontra tutti i giorni un gruppo che partorisce una canzone su un attacco di panico…

C’è una preghiera moderna che urla tra i vicoli sporchi del cuore antico di Napoli. Tra panni stesi al sole che fanno capolino dai bassi tirati a lucido e una vecchia rampa barocca: inerpicandosi lungo quel serpentone a gomito che è vico Lungo Potecorvo, un’insegna vi condurrà in un temp(i)o sospeso. Dove all’oleografia di un panorama da cartolina, con tanto di Vesuvio, fa da contraltare un pugno visivo violento, feroce, reale, come un passato arcaico forse mai dimenticato. Qui, al civico 29/d sorge il nuovo museo che Peppe Morra, storico gallerista, ha voluto dedicare all’artista austriaco Hermann Nitsch. Diciamolo subito. Chi è debole di stomaco farà bene ad astenersi. Perchè l’arzillo vecchietto dalla barba yiddish che di tanto in tanto sorride dalle foto alle pareti, non dipinge paesaggi nè modelle. Non squarcia tele nè riproduce gli oggetti del consumo per interrogarsi sul ruolo dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Non si strugge sui destini dell’universo schizzando i colori a casaccio e neppure reinterpreta il quotidiano per contestarne l’ordine. Nossignore. Il signor Nitsch - che negli anni 70 di problemi con la giustizia, anche a Napoli, ne ha avuti non pochi - squarta vitelli e capretti. Del loro sangue ricopre i corpi assenti di attori passivi, dibiancovestiti e bendati, spesso crocifissi, sui cui genitali, sulle cui labbra, impasta viscere e sperma, muco e sangue mestruale, mosto d’uva e frutta. Detta brutalmente così non vien voglia di affacciarvisi. Ma il teatro delle orge e dei misteri “catechizzato” dall’azionista viennese più di quarant’anni fa, non ha nulla a che vedere con un rito satanico nè con un’orgia tout court. E soprattutto, non c’è nessuna velleità pulp. Non c’è tela e non c’è palcoscenico. L’azione è la scena. Un prato, un castello (come il suo, a Prinzendorf), un vigneto (come quello San Martino), il sagrato di una chiesa. L’importante è che sia una esperienza totale. Gli ottoni - recuperati di volta in volta tra carovane di musicisti di borgata abituati ad esprimersi durante le processioni sacre da paese di provincia - suonano le sue partitute. Non c’è ritmo. La struttura è tutta nell’unica parola chiave: un sacrificio esaltato da trombe e fiati che urlano la disperazione collettiva mentre tutt’intorno, si consuma il rito estatico e dionisiaco del tributo alla vita. Il mosto, l’ebbrezza, il sesso, l’attore bendato, come novello Edipo pronto ad immolarsi. La croce lo attende. Sopra di lui il capro o la vacca. Il sangue che cola a fiotti, fino a riempire decine di metri quadri tutt’intorno e a imprimere il suo segno di morte che si fa vita sul corpo inerme e passivo ovunque, insieme a sudore e viscere. Come baccanti accecate, sperdute e ritrovate in una identità collettiva, sdegnose di piegare il capo alla razionalità di re Penteo, gli attori attivi dell’azione manipolano cuori, reni e cervelli, pigne d’uva e pomodori, pezzi di pane e alambicchi, forbici da chirurgo e camici sacri. La religione di Nitsch, i suoi simboli (il sangue, il vino), altro non sono che la provocatoria preghiera di un uomo moderno che non accetta più finzioni. E che di fronte al passaggio obbligato della pulizia perbenista e borghese, sceglie il salto all’indietro, nei meandri della Tracia, come in un gioco alla ricerca del dio Dioniso nato due volte e mai deceduto. C’è chi va via disgustato. Chi corre fuori in preda a conati di vomito. Rimproverategli tutto, ma non la geniale coerenza. Oggi siamo tutti, ma proprio tutti, assuefatti ad un relativismo idiota, in cui, nel maldestro tentativo di esorcizzare il male, ogni sua tentacolare esternazione deve essere eufemizzata. Un traditore diventa un tipo poco affidabile. Un bugiardo, una persona insicura. Un violento, un depresso con problemi legati alla famiglia di origine. Un assassino, un malato vittima della società. Ci siamo assuefatti a tutto. Perfino agli stermini di massa. Migliaia di vittime per guerre intestine in Africa, con corpi che si accatastano a marcire al sole non ci fanno paura nelle cronache dei nostri telegionali. Non ce ne fanno volti e chiazze di sangue di giovanissimi trucidati sulle autostrade. Siamo i voyaeur delle morti pulite. Dei decessi edulcorati dalla società del controllo. Quelli che spiano dal guscio d’ovatta che ci infagotta, pensando… tanto non mi tocca. Bene. Mr Nitsch non la pensa così. Inorridite pure di fronte al suo tributo dionisiaco, di fronte ai falli a testa in giù che si bagnano di globuli rossi, perfino di fronte ai corpi emaciati di giovani crocifisse. Ma quelle messe in scena della morte - che dà la vita - sono certamente più reali, e per questo catartiche, delle morti disinfettate del nostro quotidiano.